Vi racconto come Chicago, la città ventosa, non era ventosa neanche un po’

 

Un 1535898324718 caldo da girone dell’inferno, il fagiolo, l’auditorium all’aperto, un lago che sembrava un mare, lo stadio dei Chicago Bulls, il Tilt, le luci di notte… La bella Chicago, la prima città americana che io abbia mai visto, ha inevitabilmente colpito la mia attenzione.

Immaginate una bellissima giornata di sole di fine giugno… l’asfalto caldo, una fontana con l’acqua zampillante davanti alle sponde del Lago Michigan, il tè verde ghiacciato nel bicchiere di Starbucks, il tutto circondato da grattacieli (qualcuno dalla forma piuttosto bizzarra).

Immaginate anche momenti in cui l’aria era completamente immobile e forse, dico forse, riuscirete a comprendere l’effetto che Chicago ha avuto su di me.

Vi ho trascorso appena tre giorni, ma sono ampiamente bastati per capire quanto mi stesse simpatica questa città.

Cosa mi ha colpita di più? Sicuramente la disponibilità delle persone. Non so dirvi se questa è una caratteristica tipica degli americani o se siamo stati semplicemente fortunati; fatto sta che mi sono sentita decisamente a mio agio… sicuramente non dimenticherò facilmente l’amichevole chiacchierata di Meraviglioso Fidanzato con l’autista dell’autobus di ritorno dalla gita allo stadio dei Chicago Bulls.

Mi sono quasi sentita a casa, con tutto che è stato proprio in questa città che ho dato il via alla mia battaglia contro le vertigini.

Lui si chiama Tilt (o 360 Chicago), è un “ragazzone” di circa 300 metri che io avevo decisamente sottovalutato.

Questi simpatici americani di fantasia ne hanno, eccome se ne hanno… e per far divertire noi turisti se ne inventano di tutti i colori. Al novantaquattresimo piano di questo edificio, il grattacielo John Hancock, una simpatica pedana in vetro super resistente si inclina nel vuoto, regalando agli spettatori una visione di Chicago difficile da eguagliare.

Ora vi pregherei di immaginare un bel grafico a torta diviso in tre parti e avrete la possibilità di comprendere la situazione del mio cervello mentre quella finestra continuava a inclinarsi. Di seguito vi elenco i miei pensieri:

  • “Oh mio Dio questa finestra si romperà e di me non resterà altro che marmellata”
  • “Grande Greta: se solo potessi staccare le mani da questi supporti dovresti proprio batterti il cinque da sola per il tuo coraggio!”
  • “Che M-E-R-A-V-I-G-L-I-A!!!!”

Pre.png

Post.png

Le foto non rendono e non riuscite a capire dove sia il problema per chi soffre di vertigini? Bene, correte su YouTube e cercate i video… PAURA!!

All’interno dell’edificio, comunque, abbiamo trascorso diverse ore per contemplare la magnificenza di Chicago di notte (e per consentire a Meraviglioso Fidanzato di scattare delle foto straordinarie con la sua reflex – NB: queste due panoramiche qui sopra sono degli screen tratti da un video e non sono state scattate con la macchina fotografica).

Quelle luci sono impresse a fuoco nella mia mente (come primo impatto con l’America non è stato niente male), come è impressa la particolarità del fagiolo.

1535900679440.jpeg

Cloud Gate, questo è il suo vero nome, è una scultura di Anish Kapoor situata all’interno del Millennium Park; la sua particolarità, oltre che nella forma piuttosto caratteristica, sta nel fatto che, essendo costituito da 160 lastre di acciaio inossidabile, riflette la parte della città che lo circonda.

Per il resto abbiamo avuto la possibilità di girare un pochino per la città, visitando lo stadio dei Bulls, il Millennium Park e non ci siamo fatti mancare la tradizionale foto sotto il cartello della Route 66.

Finché, l’ultimo giorno, pronti per partire verso una nuova destinazione, non ci siamo resi conto di quale ferita l’Istituto d’Arte avesse inferto a noi italiani…

IMG_8624.jpg

Oggi, quando ripensiamo a quei tre giorni, Meraviglioso Fidanzato e la sua Mamma (che se non si fosse capito sono stati i miei fantastici compagni di viaggio) non possono fare a meno di ridere al ricordo della mia espressione una volta terminata l’esperienza del Tilt.

Ah dimenticavo… Vi starete chiedendo il perché del titolo del post: quando siamo arrivati non eravamo minimamente preoccupati per il caldo. In fin dei conti stavamo per visitare la famosa Città del Vento… Certo! Come no! In quei tre giorni non ha tirato un filo d’aria e sì, siamo morti di caldo. Ma lasciatemelo dire: Chicago ne è valsa davvero la pena!

Per il momento vi saluto e vi do appuntamento tra qualche settimana per un nuovo post sulla seconda tappa del nostro viaggio. Se proprio non potete resistere e volete qualche anticipazione, vi consiglio di visitare il mio profilo instagram: @gretaraccontastorie e sbirciare la gallery e i contenuti in evidenza denominati “U.S.A.” (che fantasia!)

A presto!

Share:

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: